Racconti

NASCITA

Anno indefinito. Luogo sconosciuto.

Non credo di essere mai natə, o meglio… forse devo ancora farlo. In teoria mi sarei dovutə trovare nella solidità di uno sconvolgente frastuono, o almeno ho sempre pensato che sarei dovutə sorgere lì, ma è tra il groviglio del tempo che inizia la mia breve storia. Feci il mio ingresso nella realtà senza memorie né volto in una gabbia di vetro liquido, sulla cima dell’universo, e me ne stetti a guardare ogni singolo mondo che non cessava un attimo di mutare. Fermə lì, per secoli in uno stato di totale immobilità. Senza pensare o registrare.

Esistevo solamente.

Non sapevo dov’ero né tanto meno cosa fossi, e tuttora ne ho un’idea molto vaga, ma so che quando non mi sarei mai dovutə svegliare… mi svegliai.

Sotto e sopra di me c’era solo oscurità, un’oscurità illimitata. Una notte eterna, che tuttavia si sarebbe presto conclusa per dare vita alla luce. Io ovviamente ero lì, sulla vetta all’ombra degli astri, ad un passo dall’infinito, privo di ogni fremito. Congelatə e impenetrabile.

Eppure nell’istante in cui il primo raggio di luce si fece avanti una figura perforò la mia immagine. Nel buio qualcosa di assurdo, irrazionale e immenso attraversò il mio labile corpo. Nulla avrebbe mai potuto spiegare o contenere le sensazioni che si riversavano in me senza argini né controllo, per la prima volta mi resi conto di essere storditə. Per la prima volta mi resi conto di qualcosa. Aprii gli occhi, aprii la mente, provai sgomento e confusione, cominciai a pensare… mi voltai e vidi l’immensità che mi sovrastava, ebbi coscienza di me stessə e della mia fragilità. Iniziai ad avere paura e cercai un appiglio. Tentai di trovare disperatamente qualcosa che non mi facesse sentire persə e, contro ogni evenienza, sentii e vidi una possibilità d’uscita, vidi una figura. Il corpo che mi aveva oltrepassato.

Tutto questo accadde nel frammento di un istante, troppo veloce, troppo complesso per essere compreso da mente umana, tuttavia accadde. Accade ancora che mi gettai da quell’altura, quel rilievo infinito. Non avevo una vera forma, forse qualcosa di più di un’illusione, ciò nonostante avevo una sorta di peso. O almeno, io immaginavo di averlo. Così precipitai. La tagliente lama dell’aria perforava la mia essenza, io superavo la velocità affilata mentre tutto il mio essere si protendeva per raggiungere ciò che mi aveva risvegliato. Combattendo contro il vuoto che si faceva strada fuori e dentro di me sfiorai la materia e, inspiegabilmente, oltrepassai le sue barriere. La mia intangibile esistenza si congiunse a un fondamento. Io ero entrato in quel nuovo, sconosciuto corpo. Ero diventato, quel corpo. Riuscii a percepire la caduta, il peso che mi attraeva verso l’ignoto. Il peso che mi attraeva verso l’inizio. Sentii tutto. Seppi tutto. Mi lasciai cadere.

B. DELLA GUERRA

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