Cinema, Libri

Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Siamo nel 1992. La guerra mondiale ha mietuto un numero incalcolabile di vittime.

Siamo sulla Terra. Un pianeta oppresso, soffocato dalle polveri che divorano implacabili ogni cosa. Un pianeta semi disabitato invaso da radiazioni che hanno portato all’estensione di intere specie.

Animali, ormai scomparsi, vengono duplicati.

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L’umanità è fuggita tra le stelle, chi è rimasto è destinato ad essere irreversibilmente danneggiato dalle radiazioni. Anche l’uomo è stato duplicato. Gli androidi vengono impiegati come schiavi sulle colonie.

Ci troviamo di fronte a uno scenario post-apocalittico. Ci troviamo davanti a un panorama desolato in cui si stagliano enormi palazzi quasi vuoti. Ci troviamo a San Francisco. È qui che si ambienta uno delle più celebri opere di Philip K. Dick: Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (titolo originale: Do Androids Dream of Electric Sheep?) scritto nel 1968. Un libro, conosciuto in Italia anche come Il cacciatore di androidi, che ha ispirato il famosissimo film Blade runner diretto da Ridley Scott. Un libro criptico, visionario, disturbato, dalla forte componente simbolica. Un libro che racconta di un mondo in cui l’umanità è messa in crisi e la differenza tra ciò che è umano e ciò che non lo è diventa sempre più sottile. In questo mondo, in questa Terra corrotta, seguiamo le vicende di Rick Deckard, non un cacciatore di taglie qualsiasi. Un cacciatore di androidi. Gli androidi, specialmente l’ultimo modello Nexus-6, sono diventati simulacri perfetti degli esseri umani. Tutte le differenze fisiche sono state eliminate tanto da renderli apparentemente indistinguibili dagli uomini. Vengono creati nelle colonie e lì vengono considerati essenzialmente come proprietà da sfruttare in quanto non vivi poiché mai nati. Proprio per questo sempre più droidi fuggono sulla Terra (pianeta in cui sono proibiti) sperando di passare inosservati. È quindi compito di cacciatori di taglie come Rick Deckard rintracciarli e “ritirarli”, cioè ucciderli.

Ma cosa distingue un essere umano da un droide?

Una delle differenze è sicuramente la durata della vita, un androide vive per soli quattro anni, poi si consuma e “muore”:

Cosa si prova ad avere un bambino? Cosa si prova a nascere? Noi non nasciamo, noi non cresciamo. Invece di morire per una malattia, o di vecchiaia, noi ci esauriamo, come le formiche. Ecco, come le formiche. Ecco cosa siamo”.

L’empatia è un’altra differenza fondamentale. I droidi sono considerati “macchine disumane” e sebbene le loro capacità cognitive siano superiori a quelle della maggior parte degli umani, sono sprovvisti della componente emotiva. I droidi pensano, hanno consapevolezza di loro stessi e della loro morte, che tentano di evitare, ma hanno reazioni limitate al test Voight-Kampff. Questo test permette di misurare il livello di emotività di una persona e quindi è in grado di riconoscere i droidi (consiste in domande, soprattutto legate agli animali, che oltre a prendere in esame le risposte analizza le reazioni dei muscoli oculari). Infatti mentre gli esseri umani hanno un fortissimo legame empatico con i rari animali “veri”, che rappresentano un vero e proprio status symbol, i droidi restano indifferenti davanti alle altre creature viventi.

A Voight-Kampff Test for Identifying Engineering Managers | by Nick  Caldwell | HackerNoon.com | Medium
Il test Voight-Kampff

Tuttavia nel corso della vicenda ci accorgiamo che le divergenze diventano sempre più fini. Gli androidi, seppur progettati senza emozioni, cominciano a svilupparne di proprie. Cominciano a nascere opinioni diverse, interessi e un forte senso di appartenenza al proprio gruppo, una sorta di empatia per i propri simili, paura della morte (come dimostra il gruppo di otto droidi fuggiti insieme da Marte, in particolare la cantante lirica Luba Luft). Ad alcuni vengono perfino innestati ricordi umani e non sospettano nemmeno di non essere “veri”. Nonostante ciò gli androidi non sono in grado di usare la scatola empatica, un oggetto che è alla base del culto del mercerismo, un oggetto attraverso il quale le menti degli utilizzatori si fondono in unica esperienza empatica guidata dal leader religioso Wilbur Mercer.

Per quanto riguarda gli esseri umani, invece, Philip Dick ci mostra due categorie: esseri umani normali ed esseri umani speciali. Gli esseri umani normali sono coloro che non hanno ancora subito le mutazioni e il deterioramento operato dalle polveri radioattive sul corpo e sulla mente. Gli esseri umani speciali, i cosiddetti “cervelli di gallina”, sono una classe di sub umani che non possono né lasciare il pianeta né riprodursi, formata da coloro che sono stati intellettualmente danneggiati dalle radiazioni.

Questo romanzo, che indaga sul concetto di umano, ritrae in maniera esemplare una lenta caduta proprio verso il disumano. Uno degli elementi che rappresentano alla perfezione questa caduta è sicuramente il modulatore di umore Penfield: un congegno che induce gli esseri umani in determinati stati d’animo:

«Se digiti il codice» disse Iran, occhi aperti e vigili «per ottenere un astio maggiore, guarda che lo faccio anch’io. Chiederò il massimo e allora vedrai un litigio che farà impallidire qualsiasi discussione che abbiamo mai avuto finora. Fai quel numero e vedrai; mettimi alla prova.» Si alzò anche lei, lesta, si portò al quadro di controllo del proprio modulatore d’umore e gli rivolse uno sguardo di sfida. Aspettava.
Lui sospirò, sconfitto dalla minaccia. «Digito il codice di quello che c’è sulla mia agenda per oggi.»
Consultando il programma del 3 gennaio 1992, vide che gli si richiedeva un atteggiamento professionale, da uomo d’affari. «Se io digito il codice secondo programma» disse cauto «sei d’accordo a farlo anche tu?» Attese, astuto quanto basta da non impegnarsi prima che la moglie accondiscendesse a seguire il suo esempio.
«La mia agenda per oggi prevede sei ore di depressione autoaccusatoria» disse Iran.
«Cosa? Perché hai messo in programma una cosa del genere?» Andava contro la finalità del modulatore d’umore.

Un altro problema, che si rivela di fondamentale importanza per il protagonista Rick Deckard, è il timore di non riuscire a distinguere androidi ed esseri umani affetti da “disturbo schizoide di personalità” (un disturbo psichico caratterizzato dalla mancanza di affettività verso altri individui e dal distacco emotivo verso la realtà circostante)

Questo timore si concretizza quando compare la figura di Phil Resch, un altro cacciatore di taglie, la cui effettiva umanità viene messa in dubbio dopo che questo “ritira” due droidi senza avergli prima sottoposto il test di Voight-Kampff. Verificata l’umanità di Phil Resch, Deckard si accorge di non saper distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è.

È quindi davvero l’empatia che ci distingue dai droidi? D’altra parte neanche loro sono realmente oggettivi, sono stati creati dall’uomo e l’uomo non è oggettivo. In questo romanzo si assiste al terribile percorso in cui l’essere umano diventa sempre più simile al droide.

Cos’è che rende qualcuno umano? Esiste una categoria definibile come umana?

Di tutti i personaggi, di tutti gli uomini, di tutti gli androidi, l’unico che conserva un briciolo di umanità è John Isidore, cervello di gallina. Un “sub-umano” che alla fine perde tutto. Perde perfino il culto del mercerismo che, in conclusione, si rivelerà una bugia molto umana.

Blade Runner - Wikipedia

Quattordici anni dopo la pubblicazione del libro viene realizzato il film Blade Runner, che, rispetto al libro, presenta alcune differenze sostanziali, prima tra tutte l’ambientazione. Ad una San Francisco in cui regna un forte senso di vuoto e di solitudine si contrappone una Los Angeles caotica ed affollata, caratterizzata da un’atmosfera cupa e piovosa. Tuttavia, in entrambe le opere, troviamo una profonda sensazione di decadenza. Il film, va ricordato, è liberamente tratto dal libro quindi molti elementi vengono trasformati. Non abbiamo più alcun riferimento agli animali, alle scatole empatiche, ai cervelli di gallina e ai misteriosi personaggi di Wilbur Mercer e Buster Friendly. Tutto si basa invece sul rapporto tra gli esseri umani e gli androidi chiamati “replicanti”. A questo riguardo troviamo un’altra differenza fondamentale: mentre i droidi nel libro appaiono freddi e, in qualche modo, anche crudeli, nel film lo spettatore è portato ad empatizzare maggiormente con loro. Quindi, se nel romanzo erano gli esseri umani a diventare sempre più simili agli androidi, qui abbiamo l’esatto opposto. Nonostante questo lo stesso Philiph Dick, dopo aver letto la sceneggiatura, dichiarò: “ Ciò che posso dire è che il film e il libro si rinforzano a vicenda. Ossia, se vedi prima il film e poi leggi il libro, ne ricaverai un materiale più ampio di quello che avevi guardando il film. Se invece inizi con il libro, puoi andare al cinema e ricavarne ancora. Quindi non si ostacolano a vicenda. Il libro e il film non lottano tra di loro. Si rinforzano, pur essendo diversi.”

Intenso, scuro, opprimente, Blade runner è un film estremamente ambiguo e complesso, dove gli androidi sono creature organiche create grazie ad avanzate tecniche di ingegneria genetica. Creature senza emozioni, ma in grado di generarne di proprie. Esseri in grado di provare compassione al punto da salvare un essere umano. Esseri disposti a tutto pur di ricercare una libertà che gli è negata da tutti, persino dalla vita stessa.

“Ho viste cose, che voi umani non potreste immaginare. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione e ho visto i raggi B, balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come … lacrime … nella pioggia.
È tempo … di morire.”

Bianca Della Guerra

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